Martino e le prime insidie “cazzimmose” del cuore

Martino è un bambino sensibile. Nonostante la miseria e l'affetto al quanto "stantio" della mamma, lui cresce bravo e buono. Un mondo pericoloso per un bambino come lui e che inizia a capire che la cazzimma, anche in amore, inizia tra i banchi di scuola...

Io la lettera a Melania sotto al banco sono riuscita a mettergliela ma non so se l’ha letta. Peppino mi ha detto che l’ha vista mentre la pigliava, ma che poi se l’era nascosta dentro al cestino come una mariola. E mi ha pure detto che sicuramente mo sapeva di mangiare perché Melania a scuola si porta sempre delle merende buone (figuriamoci se Peppino non pensava al mangiare). Dopodiché niente, io non tengo manco più tempo di andare fuori alla scuola. Mia mamma si è messa a fare pure la guantaia, acconcia le punte de guanti e mi costringe a consegnarle a Don Tonino, un signore che puzza sempre di fumo perché tiene la pipa in bocca dalla mattina alla sera. Quando salgo sopra da lui spero sempre che si sbrighi presto perché quell’odore non mi firo proprio di sopportarlo. Cerco di appilarmi il naso ogni volta, ma non riesco a non fiatare per troppo tempo e quando scappo via, quando esco fuori dal suo portone, mi sento svenire perché mi manca l’aria. E niente! La scuola me la posso proprio scordare, non riesco a trovare una soluzione e non so come fare per incontrare Melania.

Questa cosa di passare da un lavoro all’altro, senza nemmeno il tempo di giocare un po’ con gli amici del rione, è durata un sacco di tempo, fino a quando Don Tonino ha smesso di passare i guanti a mia mamma. Un giorno non si è visto più girare per il rione. Il figlio più piccolo, che però è un po’ più grande di me, ha detto che se n’è andato all’estero, al Nord, per imparare a fare un nuovo tipo di guanti. Ma io non ci credo anche perché una sera ho spiato a mammà che parlava con Mario e diceva che Don Tonino l’aveva inguaiata, che i soldi dei guanti le servivano e che mo da Pruciuriale non lo fanno uscire più. Intanto io posso provare ad andare di nuovo fuori la scuola e chiedere a Melania di rispondermi alla lettera, in maniera bella o brutta, basta che mi risponde. Un giorno però, a sorpresa, Tonino mi chiama da giù, mi dice che tiene una cosa per me e che mi aspetta sulla luggetella. Io appena sento questa cosa mi fiondo fuori la porta e mi porto dietro una fila di pezze mentre sento mia madre che mi abboffa di scornacchiato, ma non me ne fotte perché penso che Peppino tiene in mano la risposta di Melania e mentre corro sento il formicolio nella pancia. Appena vedo Peppino lo saluto e poi gli dico: “Allora Peppino che mi devi dare?”. Peppino subito alza la mano e mi fa segno di aspettare: “Melania mi ha dato una lettera, ha detto che ti ha risposto e che te la voleva dare lei direttamente, ma visto che non ti vedeva mai a scuola l’ha consegnata a me. Se la vuoi però mi devi pagare”. E io lo sapevo che stu’ allupputo muort’ ‘e famme vorrà altri panini con la ricotta: “I panini con la ricotta non te li posso dare più. Da Don Giuseppe ci vado solo una volta al giorno e alla sera non mi dà più niente”. Ma Peppino quando si tratta di cibo ne sa una più del diavolo: “E tu mi vuoi far credere che ti mangi la pasta scaurata pure di sera? Non ti credo perché a tuo fratello non lo sento più di iastemmare. Sicuramente tua mamma ti sta preparando qualche altra cosa di buono”. Peppino non si riempie mai quel panzone che tiene. Mangia una continuazione perché beato a lui i soldi li tiene, ma nonostante questo vuole pure il mangiare degli altri. È vero che alla sera mamma non sta cucinando più l pasta scaurata e con i soldi del guantaio riusciva a comprare la farina ma non è che preparava pranzi prelibati. A casa nostra manco la Domenica è Domenica, a casa di Peppino invece è domenica tutti i giorni. Con la farina preparava una specie di torta alta alta, il casatiello dolce lo chiama. Con poca farina e un poco di lievito che lo tiene astipato non so da quanti mesi, e che lei dice che “rinfresca” ogni tanto così non finisce mai, ci prepara questo dolce. A me piace guardarla mentre lo prepara, si vede che si ammazza di fatica per impastare. Mi sembra quasi una magia: da quell’impasto fa uscire una pagnottella piccola che mette sotto le coperte e che il giorno dopo si fa il doppio, cresce durante la notte. Poi va nel forno che non sta vicino casa, ma nella Pignasecca, e deve dare i soldi al panettiere per farselo cuocere. Poi manda sempre me a riprenderlo. Il dolce si fa sempre alto alto, il panettiere me lo arravoglia dentro un panno, io gli do sempre 40 lire. Agli altri si prende di meno, 20 lire, ma visto che il casatiello di mamma viene alto alto ci chiede sempre più soldi. Io l’ho capito che il panettiere è invidioso del dolce di mammà. Comunque io senza dire niente pago e me ne vado, me ne fuggo tra i vicoli per la paura di incontrare Peppino, ma è evidente che qualche volta mi ha visto, ma io corro sempre così veloce che penso non sia mai riuscito a farsi sentire o a correre, e ci credo con quella panza mica può mettersi a correre dietro a me.

Intanto io resto zitto e Peppino mi fa: “Io qualche giorno fa ho visto un dolce alto alto sulla finestra tua. Tua madre lo tirava fuori da un panno e ci versava sopra della crema rossa”. Questo ignorante che mangia solo perché è un egoista alla fine non sa nemmeno mangiare veramente. Quella crema rossa è una cosa buona, ma io non la mangio più da quando ho scoperto di cosa si tratta. Mia mamma ne tiene un’ampollina piccola piccola e la tiene conservata con una tale cura che manco fosse il sangue di san Gennaro. Ne versa qualche goccia in una ciotola e la mescola con gli albumi delle uova e zucchero e ci fa uscire una crema rosso chiaro e la spalma sopra al dolce. Mi piaceva assaje fino a quando mio fratello Mario si è fatto uscire che il liquido rosso è ricavato da un insetto che si chiama cocciniglia e che si mangia le piante. Lui che tiene i pucuni si credeva che io non me lo sarei più mangiato così da prendersi la mia razione, mamma però che è vero che preferisce a Mario ma vuole bene pure a me, ne toglie sempre un bel pezzo senza spalmarci sopra la crema rossa, come la chiama quell’ignorante di Peppino che invece poi si chiama ghiaccia, e così continuo a mangiare il dolce senza sentirmi schifato pensando agli insetti. Poi noi, con il casatiello, mangiamo tutta la settimana. La sera, al posto del pane, ce lo inzuppiamo nel latte e anche la mattina. Ogni tanto, alla sera, mamma riusciva a rimediare qualche salsiccia e facevamo tanto per uno e ce le mangiavamo. Che ne sa stu cretino dei sacrifici e mo sicuramente avrebbe voluto la mia razione di casatiello. Allora ho deciso così di raccontargli il fatto della cocciniglia: “Peppino lo sai cos’è quella crema rossa che mamma spalma sul casatiello? È un insetto che si mangia le piante, si raccoglie, si scamazza e si prende il liquido rosso che caccia per decorare i dolci”. Io mi aspettavo che facesse una faccia un poco scioccata e invece quello niente. Nemmeno una faccia dubbiosa e mi fa: “A me non mi fanno schifo nemmeno gli insetti. Li voglio provare. Se vuoi la lettera mi devi dare la tua parte del dolce”. Almeno non me l’ha chiesto sano sano. Portarglielo era quasi impossibile perché dalla mia parte mamma mi staccava due fette al giorno per farmelo mangiare la mattina e alla sera. Avrei dovuto nascondermelo in un panno e portarglielo e poi come avrei fatto con la crema rossa? Mo se quello non la vedeva sopra al casatiello avrebbe trovato il pretesto di chiedermi un’altra fetta con la crema per darmi la lettera di Melania. Io gli dico che deve però aspettare domani e che la cocciniglia è finita poi gli dico che probabilmente non la compriamo più perché a mio fratello Mario gli è venuto lo schifo da quando ha saputo di cosa era fatta. Gli racconto una bugia perché non voglio fare la figura dello schifettuso. Sembra che si convince e dice che teniamo un accordo. Se ne va e quello veramente la lettera non me la consegna. Io me ne ritorno a casa con un peso sul petto e non solo perché non tengo la lettera, ma perché dovrò rubare dal mio stesso dolce per dare una fetta a quel morto di fame. A Peppino non chiederò più nessun favore e quando finisce questa storia con il cavolo che lo faccio giocare col mio strummolo. Lo aveva costruito mio padre prima che io nascessi ed è perfetto, di così perfetti non se ne trovano, nemmeno Giacomino li sa fare così belli. Lo strummolo mio è capace di girare su se stesso per tantissimo tempo, io penso che sia fatto proprio bene ma mia mamma dice che sono abile io a farlo girare.

Comunque me ne torno a casa con una faccia appesa. Mamma se ne accorge: “Ma che è passato, ma svegliati nu poco e dammi na mano ad apparecchiare. Stasera ti mangi un poco di salsiccia, sei contento?”. Ecco il colpo di grazia, mi mamma non mette a tavola il casatiello e non me lo posso fottere. Io non voglio fargli capire che sto nascondendo qualcosa: “Sì, sono contento… solo che mi fa male un poco la pancia perciò sto moscio”. “La pancia? – fa mia madre – Ma se tu non ti mangi niente che è stu fatto do’ ‘o male e panza? Mica ti ha dato qualcosa la signora del forno che ti ha fatto male?”. Io faccio subito di no con la testa ma evidentemente la faccia appesa la tengo ancora. “Vai nel bagno, vedi se ti passa, lavati le mani e poi assettete a tavola”. Probabilmente mamma non ci ha creduto ma stranamente non fa l’ispettore e non mi fa le domande per capire cosa tengo. Io faccio come dice, mi metto a tavola e mi mangio quella mezza salsiccia con un poco di pane.

Il giorno dopo mi alzo prima di tutti, apparecchio, metto il latte e l’acqua a tavola. Prendo il casatiello che mamma conserva arravogliato nel panno e taglio una fetta dalla mia razione. La sistemo in due fazzoletti di tela differenti, uno in una tasca e uno nell’altra perché altrimenti con una tasca troppo piena mamma si sarebbe insospettita. Quando pure mammà si alza e vede tutto apparecchiato mi fa: “Che guaio hai combinato? Non ti alzi mai prima di me, ti devi far perdonare qualcosa? Ma hai già mangiato? Ti è uscita la fame di nuovo bello e buono? Si è tolto il mal di pancia?”. Io le dico di sì e che mi devo muovere perché Don Giuseppe ieri mi ha chiesto di scendere prima perché tiene una grossa consegna da fare e devo incominciare a sciosciare sulla pasta molto prima. Bevo il mio bicchiere di latte, perché mi sa che oggi è l’unica cosa che vedrà lo stomaco e me ne vado. Mi fiondo per le scale per aspettare Peppino fuori al portone ma non lo vedo di scendere. Probabilmente ho fatto tardi io e lui si è già avviato verso la scuola. Corro per la strada, taglio per i vicoli, e arrivo a tempo a tempo prima che suoni la campanella: “Peppino aspetta!”. Peppino si ferma di scatto e si gira. Non faccio nemmeno in tempo di cacciare le fette di casatiello dalla tasca che me le scippa da mano: “Martì stai senza pensieri, me le prendo mo o se no si fanno malamente. Oggi alle 5 aspettami fuori alla luggetella che ti porto la lettera.”

La verità è che stamattina sarei potuto andare a scuola. Don Giuseppe mi aveva chiesto di non venire perché andava fuori a fare un servizio e già avevamo preparato tutto il giorno prima per il giorno dopo. Non ho chiesto però a Mamma di andare a scuola perché mi mettevo scorno di vedere a Melania senza poterle dire qualcosa sulla sua lettera. Non volevo fare la figura del cafone e mo mi toccava andare in giro per la città e fare passare il tempo in qualche modo aspettando che si facesse almeno ora di pranzo.

Noi non siamo proprio soli. Anche io tengo una specie di nonno. Non è proprio il mio, è il nonno dei miei fratelli che è uno un poco scorbutico. Tiene qualche cosa di soldi astipati ma non li dà a nessuno. Solo ai nipoti suoi ogni tanto, ma non ci vanno mai a trovarlo, soprattutto Mario, perché non si accontenta di quello che gli dà il nonno. A volte mi viene il dubbio se io e Peppino non siamo stati scambiati nella connola. Siamo nati in casa, lo stesso mese e nello stesso palazzo. Mi viene il dubbio perché Peppino è avido come Mario, e tengono in comune l’egoismo sul mangiare e sui soldi. Comunque, anche se mamma non vuole, ogni tanto anche io vado a trovare Nonno Tobia, il nonno dei miei fratelli.

E visto che quella mattina non sapevo dove andare, mi affacciai nel suo basso. Lui non mi vide subito, chiesi “Permesso” due o tre volte alzando la voce perché è un poco sordo. Alla fine si gira e mi urla: “Me pare nu munaciello, ti affacci zitto zitto e mi hai fatto cacare sotto dalla paura. Trase e assettete”. Io muto apro la porticina e mi siedo attorno al suo tavolo. La sua casa è piccolissima: nella stanza da pranzo tiene la cucina e il divano sul quale dorme. Un bagno e un un ripostiglio in cui tiene un sacco di cianfrusaglie e scommetto di aver visto anche qualche libro.

Mi siedo a tavola e nonno Tobia mi versa un bicchiere d’acqua: “Tiè bevi che sta iniziando a fare caldo. Tengo solo questo da darti perché io mi bevo solo il vino”. Ha infatti perennemente le sciocche rosse sulle guancia e spesso e volentieri quando passo per il suo basso lo vedo sempre che sta sonnecchiando. “Dove stanno quei cornuti dei tuoi fratelli? Questo è il rispetto ohi… tengono il nonno e non lo vanno mai a trovare. Ma che tengono da fare? Mario sta sempre ittato fuori a quel bar, e fosse una volta che portasse na pastarella ‘o nonno”. “Tu invece puoi venire con le mani in mano, si piccirillo. Lo so che i soldi che ti abbuschi li dai a mammà tua. Ma mammeta tena a capa tosta, non si fa aiutare”. Questa cosa non so se è vera, mamma accetterebbe l’aiuto di tutti ma se non lo accetta da questo qui vuol dire che qualcosa sotto ci sta. Probabilmente perché è insopportabile. E infatti subito mi comanda ad andare a comprargli un quarto di vino dal vinaio. Nonno Tobia tiene una gamba offesa e cammina con una specie di carrellino. A me un poco mi fa pena e un poco mi mette paura perché quando parla allucca solamente. Comunque io faccio come dice, vado dal vinaio però prima devo fare un poco capa e capa con il garzone, un altro mestiere che di solito fanno i guaiuncielli. Ma io dico che è sempre meglio fare il sciosciapasta che portare le razioni di vino mattina e sera ai vecchi ubriaconi che quando stanno storti ti lanciano appresso la bottiglia di vino vuoto e non ti danno manco quelle quattro lire di mancia. Superato il primo ostacolo riesco ad ottenere il quarto di vino e lo riporto a Nonno Tobia che tutti nel quartiere chiamano Don Tobia. Appena mi vede entrare nel basso caccia gli occhi fuori dalle orbite, mi strappa il vino dalle mani e se lo versa in una giara con le percoche. Io mi volevo sedere un altro poco e volevo chiedergli se mi faceva vedere quello che teneva nello sgabuzzino, ma lui appena ottenuto il vino mi ha subito sucutato. A mia sorpresa però mi dà niente di meno che 200 lire e dice: “guaglio’ non fare la fine dei tuoi fratelli, studia a o imparati un mestiere, un mestiere buono però. Pigliate sta 200 lire e comprati la cartella, i libri, i quaderni, le penne, l’inchiostro e con quello che ti resta comprati pure un gelato”. Io non lo so se Nonno Tobia campa solo di vino, perché nessuno lo vede mai che esce a fare la spesa, e gli vorrei dire che le cose sono cambiate, che io con 200 lire non riesco a comprarmi tutte quelle cose. Ma mi sto zitto, me le metto in tasca e con il suo solito modo di fare mi dice: “E mo’ va vattene che tengo che fa”, come… penso io, tieni da buttarti tutto il vino in capa.

Io non so che fare, vago per i vicoli del mio quartiere e penso però alle parole che mi ha detto Nonno Tobia. La speranza di andare a scuola è sempre più lontana però penso al fatto di volere imparare a fare un mestiere. Penso pure io che non potrò fare il sciosciapasta per tutta la vita e penso che potrei imparare a fare l’artigiano come mio fratello, che mi piace si ma non è che mi fa proprio uscire pazzo, poi Giacomino tiene sempre la tristezza in faccia e mi fa pensare che poi non è tanto bello il mestiere che fa. Ma almeno usa le mani: a me piacerebbe fare qualcosa che prende vita dalle mie mani. Allora penso di fare il solachianello, ma il solachianiello le scarpe le acconcia solo, non le crea dal nulla. Per quello ci sono le fabbriche forse, ma io sono ancora troppo piccolo per andarci a lavorare. Le potrei disegnare ma non è che sono tanto bravo. Penso però che mi piace vedere a mammà quando impasta la farina dal basso verso l’alto. Rimango a bocca aperta quando vedo quella pasta che si sfila e poi si ricongiunge. Mamma fa un dolce semplice ma mi piace lo stesso vederla lavorare in cucina invece di perdere la vista sulle pezze. Ogni tanto spio anche la signora del forno. Alcuni dolci li cuoce lei e altri li prepara il marito che sta dietro nel laboratorio che scoppia di colori, ampolle, ingredienti, frutta di ogni tipo, cioccolato, farine. Quando prepara le sfogliatelle ricce poi rimango proprio incantato a guardare quella pasta lunga lunga stesa sul tavolo che poi arravoglia con pazienza e delicatezza. Lo dovreste vedere è ciotto ciotto, ma non è rozzo come Peppino, il pasticcere della Pignasecca è delicatissimo quando lavora la pasta delle sfogliatelle. Quando diventa un rotolone poi lo allunga e si fa dare una mano da un ragazzo che si sta imparando il mestiere da lui e poi taglia i pezzetti di sfogliatella dandogli una forma a disco un po’ accopputa fino a fare uscire una forma di conchiglia versandoci dietro il ripieno di ricotta. Mamma mia al solo pensiero mi sta venendo l’acquolina in bocca, spero che Peppino non mi abbia mischiato la sua stessa malattia del mangiare. Ma a furia di pensare quelle cose mi accorgo che il tempo è passato. Ho camminato fino fuori alla scuola e proprio nel momento in cui suona la campanella. Si sentono gli allucchi delle creature che stanno facendo il “fuggi fuggi”. Aspetto fuori alla scuola ma Peppino non viene verso la mia direzione, io gli corro dietro e lo chiamo: “Peppino Peppinooo, addo vai?” e Peppino risponde: “Ua ma si proprio na zecca cavallina! Che sei venuto a fare qua fuori. Io la lettera la tengo a casa e mo devo andare a mangiare a casa di un amico che la mamma ci prepara la parmigiana. Ci vediamo oggi alle 5,00 e non fare tardi altrimenti la lettera gliela ridò io a Melania e mi metto io con lei.” Si fa quella risata cattiva malignona che tiene e se ne va. Poi incomincio a correre pure io perché non voglio che Melania mi veda e mi passa per la testa che quell’infamane abbia aperto e letto la lettera che Melania ha scritto a me.

Fa caldo e non ce la faccio a stare un’altra mezza giornata per strada. Tengo però 500 lire e penso di spendermele tutte quante perché se mamma me le trova nei pantaloni non solo se le prende ma poi pretende pure di sapere da dove le ho prese e se solo mi azzardo a dirle che sono passato per Nonno Tobia mi abboffa di mazzate con la cucchiarella. Così vado dall’acquaiola mi compro una bella limonata così mi passa la sete e il caldo. Poi penso di passare per il forno e guardare un altro po’ il pasticcere che lavora nel retrobottega; tanto lascia sempre la finestra aperta. Passato il pomeriggio si fanno quasi le 5. Tengo ancora il resto della cinquecento lire che mi nascondo nei calzini, vado sulla luggetella e aspetto Peppino che arrivi. Tiene finalmente in mano la lettera, ovviamente mi chiede un altro pezzo di dolce ma gli dico che è finito, mi passa pure per la testa di dargli qualche lire però per fortuna mi fermo in tempo. Se lo faccio dopo questo ricottaro mi ricatterà a vita per ogni cosa. Per fortuna non insiste, evidentemente si è abboffato a casa dell’amico, e mi consegna la lettera ma pretende che la leggo insieme a lui.

Martino e le prime insidie "cazzimmose" del cuore

La cazzimma inizia tra i banchi di scuola

Mi tremano le mani, mi escono le gocce di sudore dalla fronte e anche le mani si bagnano e inoltre è ricomparso un’altra volta quel formicolio nella pancia. Anche Melania inizia la sua lettera con “Caro Martino” e mi stupisco però del fatto che non tiene proprio una bella scrittura, a momenti è meglio quella di questo chiattone che tengo affianco. “Se ho capito bene ti vuoi mettere con me? Io penso che anche tu sei bello, però mi piacevi di più quando tenevi i capelli più lunghi in testa. Possiamo metterci insieme quando ti crescono di nuovo, però devi venire a scuola altrimenti quando ci vediamo? Pure Antonio mi ha chiesto di mettermi con lui e non gli ho ancora risposto. Tu tieni gli occhi verdi e grandi ma se non vieni mai io mi metto con Antonio. Ciao, Melania”. Mi sento vuoto, mi aspettavo parole più tremende o dolcissime. Queste mi sembrano parole senza anima! Ma sono bambino anche io, non riesco a capire se gli piaccio veramente e in più i capelli non sono ancora cresciuti. Mi viene da piangere e il formicolio nella pancia si trasforma in vero mal di pancia. Peppino inizia a ridere e fa: “Hai capito a Melania, ti vuole ma tiene pronto il sostituto! che cazzimma che tiene!”. Le parole di Peppino mi rimbombano nella testa, almeno però la lettera non l’ha letta perché la sua reazione mi è sembrata spontanea. Io non so che fare, inizio a sudare freddo perché so che probabilmente a scuola non ci andrò più. Stringo le lettera in mano e inizio a correre per le scale. Peppino mi urla dietro: “Martì, ma che fai, addo vai? Quando torni mi porti un altro pezzo di casatiello?” ma io non mi giro e continuo a correre. Mi fermo davanti all’ingresso d’’o casadduoglio sperando di trovare la figlia di Don Giuseppe che è esperta di lettere d’ammore per farmi spiegare cosa ha voluto dire Melania nella sua e se pure lei tiene la cazzimma, cosa che pensavo possedessero solo i maschi e anche il panettiere che a mammà si prende 20 lire in più per cuocere il casatiello!

Se vi siete persi la prima lettera d’ammore di Martino, vi lascio qui il link.