La prima lettera d’ammore

"L'ammore a 6 anni di un bambino napoletano" è una mia prima prova di racconto.

Oggi a scuola non ci sono andato. In verità non ci vado tutti i giorni anche se sto andando alla prima elementare. Purtroppo a casa abbiamo bisogno di soldi e anche se sono “l’ultimo della cucciolata”, come dice mammà, devo per forza fare la mia parte.

Il mio nome è Ciro e ho altri due fratelli più grandi. Il primo fratello mio si chiama Mario e non vuole lavorare, sta buttato in mezzo alla strada tutti i giorni e non accocchia niente dalla mattina alla sera. Quello di mezzo invece, l’incompreso, tiene già un mestiere, ma più che un mestiere secondo me è arte, per mia mamma invece è solo un artigiano. Dice che i miei fratelli sono la croce sua, tranne io che song’ ‘o nennill e non ha ancora capito se le farò buttare il sangue o meno. Mamma però lo dà proprio a vedere, ci piace più Mario perché dice che è il figlio più scamazzato e va trovando tutto da Giacomino che poverino si fa il mazzo tanto nella puteca e guadagna solo pochi soldi che ci servono a mantenere a tutti quanti noi.

Il proprietario della puteca, quello che gli ha insegnato il mestiere, mo non fa più niente, fa fare tutto a Giacomino che è bravo, ma poi si prende tutti gli onori dalla gente quando si vanno a comprare il mobilio o i soprammobbili scolpiti da mio fratello. Lui non si ribella però, mammà dice che non tiene le palle come suo padre. Io, di mio padre, non so quasi nulla, anche perché non è lo stesso di Mario e Giacomino. Lui purtroppo “è schiattato” dice mammà. “È schiattato sul più bello” e pare che se fosse stato in vita ci avrebbe apparato a tutti i quanti, però lei non ha avuto ciorta e invece di lasciarla meglio di come l’aveva trovata, l’ha lasciata peggio ma con un regalino prima di farsi la cartella; quel regalino sarei io.

Io faccio ‘o sciosciapasta, ma vorrei fare quello che fa Giacomino, il fabbro e intagliatore. Mammà però non vuole e non perché sono bambino, perché dice che con i coltelli e le forbici sono un pericolo. Dice che tengo il vizio di “taccariare tutt’ cos’”. Un po’ è vero, mi piace tagliare, soprattutto i miei capelli e per questo motivo che mi trovo senza un pelo in capa. Uno di questi giorni ho trovato il nascondiglio segreto delle forbici e ho incominciato a tagliare il ciuffo. Volevo farmi una bella pettinatura alla Elvis e invece ho sbagliato tutto e per giunta mia madre mi ha acchiappato sul fatto: “Ma che ‘e cumbinat’? n’ata vot’ tu e sti forbici ‘mmane. Le devo buttare! ma che scalino ti sei fatto in mezzo a sta cap e mummera. Mo mi devi far spendere pure i soldi per il barbiere. Ccà nun tenimmo manco l’uocchie pe chiagnere”. E così fece, mi portò dal barbiere che invece di appararmi il guaio che mi ero fatto da solo, mi tagliò tutti i capelli e per la gioia di mia madre che disse: “Mo’ voglio vedè che taccarei cu’ stu caruso”.

Ma vi stavo parlando della scuola e vi stavo dicendo che mi piaceva pure. Vorrei imparare meglio a leggere, ma non mi piacciono i numeri. Poco importa però, non ci posso andare tutti i giorni perché pure io devo faticare. Faccio il sciosciapasta che non è per niente un mestiere artistico come quello di Giacomino. Non l’ho scelto io, ma l’ha scelto mia mamma per me perché lei si che è una furbona. Dice sempre: “Stavot’ ‘e mo nun me faccio fa fessa come con Giacomino, tu vai a fa o sciosciapasta”. Vi starete chiedendo cosa sia il sciosciapasta: significa letteralmente “soffia pasta”; io soffio proprio sulla pasta. Don Michele mi ha preso nella sua puteca di salumiere prima dell’estate, prima che iniziassi la prima elementare.

In pratica devo accocchiare tutta la munnezzaglia, la remasuglia della pasta e soffiarci sopra per fare andare via la polvere. Così ripulita il salumiere la rivende come pasta ammiscata e sicomme il putecaro “È uno buono” dice mammà, vende un sacco di pasta, di conseguenza fa un sacco di munnezzaglia. Gran parte me la regala. Io la porto a casa e mammà la fa sempre “scaurata’” o alle volte quando cuce qualche pezza in più e guadagna più soldi, la prepara “dint’ o brodo vegetale”, ma in genere teniamo da metterci dentro solo il cucchiaio. Per fortuna che don Michele, a me, mi fa sempre il panino a pranzo e a cena, alla sera però non ci mette i salumi, ma un po’ di ricotta. Io me lo mangerei anche senza niente dentro perché la pasta ammiscata è buona, ma scaurata mi fa voltare proprio lo stomaco. Mammà dice che song nu ‘vizzius, come la buonanima di mio padre, ma io non ce la faccio proprio a mangiarmela, il putecaro mi ha abituato troppo bene. E proprio per via di questa pasta ammiscat ogni volta che ci sediamo a tavola è una guerra. Mio fratello Giacomino, figuratevi non dice niente, lui pensa solo ai suoi coltelli e alle sue creazioni, se non ci fosse mammà si scorderebbe pure di mangiare. Il problema è quando Mario si siede a tavola, incomincia a iastemmare tutti i santi del calendario perché quella pasta scaurata non la vuole più. La colpa è sua però che sta sempre con le mani sulla pancia, buttato fuori ad un bar dalla mattina alla sera senza far niente, tanto che mamma gli dice: “Manco il malamente sai fare altrimenti i soldi a casa ‘e purtass’”.

A me don Michele oltre al mangiare dà pure 50 lire a settimana e mammà un po’ se le astipa e un po’ ci compra le candele o l’acqua dall’acquafrescaio. Quando riesci a mettere da parte qualche soldo in più ci fa mangiare sempre il brodo di purpo caldo caldo dal carretto del vecchiariello di piazza Mercato. Io mi lecco pure i baffi perché mi piace assai. A questo punto però non pensate che io sia egoista: io vorrei pure conservarlo un po’ di panino per darlo al mio primo fratello, ma quando una volta l’ho fatto, me l’ha menato fuori dalla finestra. E alla fine entrambi non abbiamo mangiato. Mia madre ha pianto quella volta e io ho sentito una botta nel cuore a vedere le lacrime scenderle sulla sua faccia, così ho deciso di non nasconderlo più per portarlo a Mario, non se lo merita e me lo strafogo da solo alla faccia sua, soprattutto quando il putecaro ci mette in mezzo un sacco di ricotta.

Ma un’altra volta mi sono perso nei miei racconti. Dicevo ogni tanto, quando posso, vado a scuola, ma devo promettere che poi nel pomeriggio vado a fare il sciosciapasta o mammà la scuola me la fa vedere dal cannocchiale. E dunque in questa scuola ci sta una mia compagna di classe che mi piace tantissimo. Si chiama Carmela, tiene i capelli castani e gli occhi azzurri. Ha la pelle chiara chiara e due bellissime schiocche rosse sulle guance. Ha lo sguardo dolce e va anche bene a scuola, in tutte le materie. Lei ha tutti e due i genitori e ogni giorno la mamma la va a prendere. Io so bene che pure loro non sono ricchissimi, sono normali secondo me, però siccome stanno meglio della mia famiglia che non tiene manco gli occhi per piangere, Carmela a me non mi saluta nemmeno. Così, un bel giorno, ho deciso di farmi avanti, ma l’ho solo deciso… come faccio a prendere la confidenza se manco ci vado a scuola? Ho pensato così di scriverle una lettera. Ricordo una volta di aver visto la figlia del putecaro scriverla al suo fidanzato che sta facendo la botta sotto le armi e non si possono vedere tutti i giorni. Io però “frequento” la prima elementare e manco l’alfabeto conosco bene. Alla figlia di don Michele non avrei potuto chiedere aiuto; un giorno infatti mi prese in giro chiedendomi se tenessi l’innamorata e mi fece fare rosso rosso: “Ua Cirù, ti si fatt comm’ ‘a nu puparuolo, allora a tiene ‘a ‘nnamurat” disse lei. Io però non le risposi, tornai a sciosciare sulla pasta ma lei continuava a sfottermi fino a quando il padre le alluccò di lasciarmi stare.

Il figlio della signora di giù è l’unico al quale avrei potuto chiedere aiuto. Peppino non era bravissimo ma a scuola ci andava più di me e sicuramente adesso sa scrivere meglio. Peppino però è un tipo inaffidabile. Sapevo che se mi fossi rivolto a lui avrei dovuto pagare pegno o mi avrebbe chiesto qualcosa in cambio. Io però cosa potevo dargli? Non ho mai posseduto niente veramente, manco una spilla. Avrei potuto chiedere a mio fratello di fabbricare una pazziella, ma figuriamoci, avrebbe temuto un rimprovero del masto. Non tenevo ancora molta fantasia e pensai che a limite se mi avesse chiesto qualcosa di impossibile, avrei tolto tutto da mezzo e in qualche modo la lettera a Carmela glie l’avrei scritta da solo.

Un giorno andai fuori la nostra scuola aspettando che Peppino uscisse. Dovevo fare di fretta e furia perché il mio primo fratello teneva la febbre e stava male perciò di non andare a lavoro, per andare a scuola, non se ne parlava proprio. Quindi per incontrare Peppino ho pensato di sfruttare l’orario di chiusura della puteca. Questo mio amico è un tipo che guarda storto a tutti quanti, ma a me no perché abitiamo nello stesso palazzo da quando siamo nati, infatti quando esce di scuola quella faccia antipatica, quando mi vede, un po’ se la leva.

Io così mi faccio coraggio e lo avvicino: “Peppino mi serve un favore” e mi sto zitto e pure Peppino si sta zitto. È furbo, è come mia madre, e non si sbilancia nel chiedere qualcosa se non conosce la portata del favore. Così continuo: “Peppino mi devi aiutare a scrivere una lettera a Carmela perché deve sapere che mi piace e che me la voglio sposare”. Peppino prima si mette a ridere e poi fa: “E che le dai da mangiare i panini con la ricotta?”. La prima cosa che penso è “guarda a stu scurnacchiat’ che ne sa che io mi mangio i panini con la ricotta di don Michele?” e così faccio: “Poi si vedrà”, cercando di non approfondire perché se un poco sveglio lo sono, so già dove vuole andare a parare stu figlio ‘e ‘ntrocchia. Così Peppino fa: “Ok ti aiuterò ma a un patto” – e io lo sapevo – “Mi dovrai dare tutti i panini con la ricotta che ti prepara don Michele, per sempre!”. Io manco glielo chiedo di come sappia della mia marenna che mi sudo e fatico sciosciando sulla pasta. Con tutto il bene che voglio a Carmela, ma odio di più la pasta scaurata. Faccio finta di rifletterci ma in realtà già so come trattare. Peppino è nu “muort e famm’” e non perché non tiene i soldi, il punto è che proprio egoista sul mangiare, quando si tratta di cibo non guarda in faccia a nessuno. Così gli faccio la controproposta: “Se mi aiuti a scrivere la lettera ti do i miei panini per una settimana”. E lui ancora più cazzimmoso risponde: “Aiutarti a scrivere? Cirù ma famme ‘o piacere, te la devo scrivere proprio io la lettera. Tu a stento sai scrivere il tuo nome. No comunque, o tutti i panini per la vita o niente. Se con la lettera che scrivo io poi a Carmela te la spos… fai un affare”. Ecco qua! È arrivato il fenomeno italiano: Peppino è proprio un cane di pecora, ma proprio non posso cedere e non mi conviene aumentare i giorni, se poi mi faccio secco secco e brutto e Carmela non mi vuole più? Allora gli dico che se non accetta la settimana di panini aspetterò di imparare a leggere e a scrivere, così la lettera gliela scrivo da solo e non fa niente che ci vorrà tempo tanto la scuola è iniziata solo da qualche mese.

A quel punto Peppino si fa rosso come una pummarola e capisce che sta per perdere una settimana di panini con la ricotta per senza niente. Così accetta, ma cercando di conservare un po’ di dignità: “Vabbè Cirù, ti aiuto ma solo perché va a finire che a Carmela se la sposa qualcun altro ed io ti voglio bene e sinceramente non penso che imparerai mai a scrivere”. Ci stringiamo la mano, sputiamo a terra per sigillare l’accordo e decidiamo dove incontrarci per scriverla. L’appuntamento è fuori la luggetella dopo sei giorni di panini, così per l’inizio della settimana che verrà, potrò portargliela anche fuori scuola o se sono fortunato potrei fargliela trovare sotto al banco.

La settimana scorre lenta, più lenta del solito perché non sto nei panni per questo fatto. Quando al pomeriggio don Michele chiude la puteca, prima di andare a casa passo sempre sotto al balcone di Carmela pregando che si affacci per vederla anche solo un attimo, ma non succede mai. Forse il pomeriggio fa i compiti o si riposa o gioca con i genitori, chi lo sa!

Comunque dopo aver sciosciato tanta pasta per una settimane, finalmente arriva il sabato sera. Faccio le corse perché so che il sabato sera i genitori di Peppino vanno in centro a farsi la camminata e a far strafocare al figlio di gelato al cioccolato. Chiedo a don Michele di il permesso di finire un po’ prima e per fortuna non si arrabbia, anzi mi dà lo stesso il panino con la ricotta. Mi fiondo sul pianerottolo e ovviamente Peppino sta lì con gli occhi che gli escono dalle orbite perché si deve mangiare il panino. Io sono sicuro che non è perché gli piace o perché tiene fame, visto che di lì a poco sarebbe andato a mangiare il gelato (che per quelli come me è un lusso), ma semplicemente perché lo deve togliere a me e se lo deve divorare da solo da grande egoista quale è. Così gli consegno l’ultimo panino ci sediamo su uno scalino. Io sono riuscito a farmi dare dei fogli dalla figlia di don Michele con la scusa di voler fare un aeroplanino. Era un po’ stropicciato così mi ci sono seduto sopra, mentre Peppino mandava giù il panino, e si è ammaccato eliminando quasi tutte le piegature. Peppino invece ha portato penna e calamaio e così abbiamo iniziato.

“Allora” fa Peppino, “Cosa vuoi scrivere?”. Anche se sono piccolo so che un lettera inizia con “Cara” e a Peppino subito glielo dico; Peppino però non ci crede, dice che sono un ciuccio ma per fortuna non insiste e scrive “Cara Carmela, e poi?” E io faccio: “Peppì senti ma che te l’ho chiesto a fare di aiutarmi se chiedi a me quello che devo scrivere?”. Però Peppino mo ha ragione e fa: “Ma io mica sto nella capa tua? Che ne so cosa provi per Carmela? Tu dimmi quanto le vuoi bene, cosa le faresti e io lo scrivo sulla carta”. Io cerco di riflettere ma non mi viene in mente niente. So solo che quando la vedo mi sento sottosopra. Di persona non ho mai sentito un uomo fare i complimenti ad una donna, soprattutto nel vicolo mio dove marito e mugliera si pigliano sempre a male parole. La moglie del chianchiere, infatti, si lamenta sempre: dice che il marito non le fa mai un complimento, non le dice mai che è bella e fa i complimenti solo ai pezzi di carne. Ed è vero: quando vai a comprare la carne dice sempre alle signore: “Lo volete un bel petto di pollo? È pieno pieno e saporito”, “Provate ste cosce, sono raffinate se le preparate accussì”. Lui è un po’ sguaiatello ma io posso mai scrivere a Melania che bel petto che tieni? È troppo piccola e le zizze non le sono ancora venute. Però potrei dirle che per me è bellissima. Tutto ad un tratto, mentre la penso, sento quello che provo quando la vedo e così finalmente dalla bocca mi escono le parole da dettare a Peppino: “Peppino scrivi…” ma Peppino si distrae, sta già pensando al gelato, lo vedo che già tiene l’acquolina in bocca e quello veramente scrive “Peppino scrivi…” Per fortuna lo fermo a Pep: “E meno male che tu eri quello che sapeva scrivere. Ma che tiene nella capa la monnezza? Mo devi cancellare e così ‘nguacchi tutto il foglio di inchiostro, io mo un altro non lo tengo!” Ringraziando il Padreterno riesco ad apparare la scritta facendo un cuoricino, poi cerco di controllarmi e di andare avanti anche perché ormai Peppino i panini con la ricotta se li è strafocati tutti, se mi metto a fare ‘o vizzius, va a finire che mi appende e se ne fotte dell’accordo.

Cara Carmela, io voglio dirti che quando ti vedo, ti vedo bellissima. I tuoi capelli castani sono morbidi.” Peppino scrive e poi si ferma: “Tu che ne sai se sono morbidi. Glie li hai toccati?” e io: “Si vedono che sono morbidi e puliti. Mia madre pure se li lava ma li tiene ispidi, come dice lei” e aggiungo “Poi una volta per sbaglio glieli ho toccati durante il fuggi fuggi della campanella a scuola e ho sentito che erano come l’ovatta, quella che usa alle volte mio fratello quando si fa qualche piccolo taglio mentre fatica.” Allora Peppino aggiungi: “…sono morbidissimi come l’ovatta. Anche i tuoi occhi non c’è male, anzi mi sembrano il colore dell’acqua del mare quando sono passato per Mergellina.” A questo punto non mi escono più i complimenti e Peppino mi fa: “Ma tu a vuò bbene sì o no? Glielo vuoi scrivere?” e io penso sì, che le voglio bene e lo sapete perché lo so? Perché quando la vedo nella pancia mi fa la stessa reazione che la figlia del salumiere mi ha descritto quando vede l’innamorato suo… lei sente le farfalle nello stomaco anche se a me mi pare più un formicolio. Penso così di dettare a Peppino. “Allora” gli dico mentre lui va a capo del foglio e per fortuna non scrive Allora. “Appena ti vedo sento caldo dietro la testa e sulle spalle e sento il formicolio dentro la pancia. Mi sembra di squagliare sotto al sole della bella stagione.” e fa Peppino: “Eh Cirù, questa poi si crede che ti fa sentire male, altro che bene! Chest’ ti fa venire un infarto”. Quando sento queste parole mi metto subito appaura perché è la stessa malattia che ha fatto morire mio padre. Poi però rifletto e penso che a me quelle cose non mi fanno stare male ma che mi fanno solo un poco spantecare. Ignoro quello che dice Peppino e andiamo avanti: “Poi scrivile che io guardo solo lei quando stiamo in classe e che spero di mettermi in fila con lei quando suona la campanella per fare il fuggi fuggi insieme, mano nella mano”. Mo basta però, ho veramente sudato sette camicie. È vero allora che l’amore fa dimagrire! adesso ho capito perché la figlia di don Michele mi pare una “Palina in allestimento”, tiene solo la capa! Poi finisco la frase con un “Ti voglio bene assaje“. Peppino la scrive, poi fugge via che la madre lo chiama per andare in centro. Io volevo pure che la firmasse lui per me perché a me non mi piace la mia calligrafia. Mi impegno però, firmo la lettera e spero di dargliela lunedì a scuola. Ma più di tutto devo sperare che mio fratello guarisca presto o per mantenere a lui devo per forza andare a sciosciare la pasta!

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